Capitolo 31.

Dio rivela al profeta l’avvenire d’Israele, ma lo fa in modo più chiaro e con analogie comprensibili. “In quel tempo – (durante i mille anni) oracolo del Signore -io sarò Dio per tutte le tribù di Israele ed esse saranno il mio popolo” (v.1). Avverrà certamente che essi “camminino nei miei statuti e osservino le mie leggi e le mettano in pratica; allora essi saranno il mio popolo e io sarò il loro DIO” (Ez.11:20).

“Così dice il Signore: -Ha trovato grazia nel deserto un popolo di scampati alla spada; Israele si avvia a una quieta dimora-“ (v.2). Il residuo d’Israele sarà protetto nel deserto  preservato dal dragone, (Satana) che non si potrà avvicinare a loro durante la grande tribolazione, come è stato profetizzato dal salmista (Sal.91).   Da tempi lontani, il Signore Dio stabilì il suo grande e eterno amore per Israele, come confermato: “Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà. Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine di Israele (Gerusalemme). Di nuovo ti ornerai dei tuoi tamburi e uscirai fra la danza dei festanti” (v.3,4).

Il popolo di Dio, ritornerà ad abitare la Terra benedetta da Dio; i suoi abitanti pianteranno e raccoglieranno e tutti insieme si recheranno in Sion, dicendo: “Su, saliamo a Sion, andiamo dal Signore nostro Dio” (v.6). Dio invita tutte le nazioni a gioire per il suo popolo, perché Israele sarà la prima al mondo; il resto o residuo d’Israele sarà salvato e condotto nella Terra promessa. Israele fu abbandonato da Dio per la malvagità del suo popolo; così Dio li disperse tra tutte le nazioni della terra, ma “Ecco, li riconduco dal paese del settentrione e li raduno dall’estremità della terra; fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente; ritorneranno qui in gran folla. Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li condurrò a fiumi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno; perché io sono un padre per Israele” (v.8,9).

Quando Israele sarà tutto nuovamente radunato nella loro Terra, godranno tutte le promesse fatte da Dio. L’Eterno li disperse tra le nazioni del mondo ed è lo stesso Dio che li riscatterà dalle mani di quelli che erano più forti di loro, li custodirà come il pastore custodisce il suo gregge. Essi “Verranno e canteranno inni sull’altura di Sion, affluiranno verso i beni del Signore, verso il grano, il mosto e l’olio, verso i nati dei greggi e degli armenti. Essi saranno come un giardino irrigato, non languiranno più” (v.12).  Il popolo di Dio non dovrà più subire l’odio delle nazioni, perché tutte saranno assoggettate a loro. Nei mille anni, il lutto degli ebrei sarà cambiato in gioia, perché Dio “li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni. Sazierò di delizie l’anima dei sacerdoti e il mio popolo abbonderà dei miei beni” (v.13).

Dal verso 14 al 17, la Parola del Signore, data al profeta, rivela quello che avvenne per la gelosia di Erode verso Gesù, perché il re “mandò a far uccidere tutti i bambini che erano in Betlemme e in tutti i suoi dintorni, dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale si era diligentemente informato dai magi” (Mt.2:16), come indicato: “Così dice il Signore: -Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta d’essere consolata perché non sono più-“ (v.15; Mt.2:18).

L’analogia è perché Rachele, moglie amata di Giacobbe, morì e fu sepolta proprio sulla via di Efrata in Betlemme (Gen.35:19). Dio consola i cuori del suo popolo, mostrandogli le grandi benedizioni riservate per quelli che soffrivano, dicendo: “Trattieni la voce dal pianto, i tuoi occhi dal versare lacrime, perché c’è un compenso per le tue pene; essi torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza: i tuoi figli ritorneranno entro i loro confini” (v.16,17).  Un residuo israelita “tornerà all’Iddio potente” (Is.10:21).

Dal verso 18 al 19, Dio riferisce al suo popolo di riconoscere che sono stati puniti per la loro disubbidienza, quando comprenderanno diranno: “Fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei il Signore mio Dio. Dopo il mio smarrimento, mi sono pentito; dopo essermi ravveduto, mi sono battuto l’anca. Mi sono vergognato e ne provo confusione, perché porto l’infamia della mia giovinezza” (v.18,19). Al residuo santo, che tornerà a Dio, la profezia dichiara di fare attenzione a non perdere la strada già percorsa, affinché possono tornare alle loro città lasciate, quando Dio li disperse tra tutte le nazioni della terra.

Dio farà cose nuove; sarà la donna a cercare o a corteggiare l’uomo, durante il millennio, perché Egli benedirà Israele che sarà una generazione feconda. Dio stabilirà tutto secondo il suo proponimento; Giuda e Israele abiteranno insieme e non ci saranno più rivalità tra di loro. “Poiché ristorerò copiosamente l’anima stanca e sazierò ogni anima che languisce” (v.25). “…Allora, come ho vegliato su di essi per sradicare e per demolire, per abbattere e per distruggere e per affliggere con mali, così veglierò su di essi per edificare e per piantare-. Parola del Signore-” (v.28). In quei giorni, durante i mille ultimi anni, “ognuno morirà per la sua propria iniquità; a ogni persona che mangi l’uva acerba si allegheranno i denti” (v.30).  I figli non pagheranno per i padri o il contrario, perché chi pecca sarà condannato.

Dal verso 31 al 33, Dio dichiara, tramite il profeta, che farà con Israele un nuovo patto o alleanza, ribadito dall’apostolo: “Questo dunque sarà il patto che farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore, io porrò le mie leggi nella loro mente e le scriverò nei loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo” (Ebr.8:10). Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: “Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato. Così dice il Signore, che ha fissato il sole come luce del giorno, la luna e le stelle come luce della notte, che solleva il mare e ne fa mugghiare le onde e il cui nome è Signore degli eserciti. -Quando verranno meno queste leggi dinanzi a me – dice il Signore – allora anche la progenie di Israele cesserà di essere un popolo davanti a me per sempre-. Così dice il Signore: -Se si possono misurare i cieli in alto ed esplorare in basso le fondamenta della terra, anch’io rigetterò tutta la progenie di Israele per ciò che ha commesso-. Oracolo del Signore” (v.34-37). L’Iddio, che ha fatto queste promesse, le manterrà e Israele sarà per sempre la “mia eredità!” (Is.19:25).

Dio ridarà stabilità a Israele alla stessa maniera di come ha fissato il cielo, la terra e tutte le stagioni ad esse connesse. Dal verso 38 al 40, il profeta espone tutto quando sarà ricostruito e come il territorio d‘Israele sarà esteso e “…non sarà più sconvolta né distrutta mai più” (v.40).

 

Capitolo 32.

“Parola che fu rivolta a Geremia dal Signore nell’anno decimo di Sedekìa re di Giuda, cioè nell’anno decimo ottavo di Nabucodònosor” (v.1). Il profeta Geremia, dopo aver profetizzato l’invasione e la deportazione a Babilonia da parte del re Nabucodònosor, fu “rinchiuso nell’atrio della prigione, nella reggia del re di Giuda, e ve lo aveva rinchiuso Sedekìa re di Giuda, dicendo: «Perché profetizzi con questa minaccia: Dice il Signore: Ecco metterò questa città in potere del re di Babilonia ed egli la occuperà” (v.2,3).

Al re Sedekìa, re di Giuda, avvenne esattamente come Geremia gli aveva profetizzato; inoltre Dio aveva raccomandato al re e al popolo che se combattevano contro i Caldei (babilonesi) non avrebbero risolto nulla, perché si doveva compiere la volontà di Dio.

Dal verso 6 al 13, il profeta rivela quello che il Signore gli aveva comandato, cioè che doveva comprare dal figlio di suo zio (cugino) il suo campo, che si trovava in Anatòt. Mentre si trovava sempre nel carcere della reggia, Geremia fece quello che Dio gli aveva ordinato e così comprò il terreno secondo le usanze di allora e consegnò il documento a Baruc (lo scrivano). “Dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Prendi i contratti di compra, quello sigillato e quello aperto, e mettili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo. Poiché dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese” (v.14,15). Tramite il profeta, Dio mostrò questa similitudine per far comprendere che per settanta anni il popolo deportato in Babilonia doveva agire in piena libertà di comprare, vendere e coltivare terreni.

Dal verso 17 al 23, dopo aver consegnato il contratto di acquisto, Geremia pregò il Signore, lodandolo per la sua grandezza e potenza, esponendo davanti al Signore le opere meravigliose fatte a Israele, quando lo fece uscire dall’Egitto. Come con tanta potenza e prodigi condusse il popolo fino alla Terra promessa dove scorre latte e miele.  “Essi vennero e ne presero possesso, ma non ascoltarono la tua voce, non camminarono secondo la tua legge, non fecero quanto avevi comandato loro di fare; perciò tu hai mandato su di loro tutte queste sciagure” (v.23), perciò Dio aveva mandato su di loro le tre piaghe: spada, fame e peste, mentre Gerusalemme era occupata dai Caldei. Il profeta disse alla fine: “Ciò che tu avevi detto avviene; ecco, tu lo vedi.  E tu, Signore Dio, mi dici: Comprati il campo con denaro e chiama i testimoni, mentre la città sarà messa in mano ai Caldei”

Allora mi fu rivolta questa parola del Signore: “Ecco, io sono il Signore Dio di ogni essere vivente; qualcosa è forse impossibile per me? Pertanto dice il Signore: Ecco io darò questa città in mano ai Caldei e a Nabucodònosor re di Babilonia, il quale la prenderà. Vi entreranno i Caldei che combattono contro questa città, bruceranno questa città con il fuoco e daranno alle fiamme le case sulle cui terrazze si offriva incenso a Baal e si facevano libazioni agli altri dèi per provocarmi. Gli Israeliti e i figli di Giuda non hanno fatto che quanto è male ai miei occhi fin dalla loro giovinezza; gli Israeliti hanno soltanto saputo offendermi con il lavoro delle loro mani. Oracolo del Signore” (v.24-30). L’ira di Dio si rivolse non solo contro gli abitanti di Gerusalemme, ma anche contro la città e perciò la consumò con le fiamme, a causa delle malvagità dei Giudei, che commisero con le loro idolatrie.

“Essi mi voltarono la schiena invece della faccia; io li istruivo con continua premura, ma essi non ascoltarono e non impararono la correzione. Essi collocarono i loro idoli abominevoli perfino nel tempio che porta il mio nome per contaminarlo e costruirono le alture di Baal nella valle di Ben-Hinnòn per far passare per il fuoco i loro figli e le loro figlie in onore di Moloch – cosa che io non avevo comandato, anzi neppure avevo pensato di istituire un abominio simile -, per indurre a peccare Giuda” (v.33-35).

Dal verso 36 al 44, la profezia espone tutto quello che avverrà alla fine, quando termineranno per loro le 62 settimane di esilio. Nell’ultima settimana delle settanta (Dan.9:24-27) tutti gli Ebrei dispersi, ancora tra le nazioni, torneranno nella loro terra. Essi saranno salvati da tutti i luoghi dove furono dispersi. Solo un residuo entrerà nei mille anni, allora “Essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio. Darò loro un solo cuore e un solo modo di comportarsi perché mi temano tutti i giorni per il loro bene e per quello dei loro figli dopo di essi. -Concluderò con essi un’alleanza eterna e non mi allontanerò più da loro per beneficarli; metterò nei loro cuori il mio timore, perché non si distacchino da me. Godrò nel beneficarli, li fisserò stabilmente in questo paese, con tutto il cuore e con tutta l’anima” (v.38-41).

Dio farà con Israele un patto nuovo, come è stato determinato (Ebr.8:8) ed essi non si allontaneranno più dal Signore, non commettendo iniquità. Dio vigerà su di essi per il loro bene e non più per il male, “Poiché così dice il Signore: -Come ho mandato su questo popolo tutto questo grande male, così io manderò su di loro tutto il bene che ho loro promesso-” (v.42). Durante gli ultimi mille anni avverranno tutte le cose che Dio ha promesso, perché cambierà la sorte del residuo del suo popolo, che ritornerà a godere delle grandi benedizioni promesse di sempre.

 

Capitolo 33.

“La parola del Signore fu rivolta una seconda volta a Geremia, mentre egli era ancora chiuso nell’atrio della prigione” (v.1). Tramite il profeta, Dio mostra la sua benevolenza che ha avuto ed avrà verso il popolo d’Israele, che si è scelto per sua eredità (Is.19:25; 47:6). Mantenendo tutte le promesse fatte a Davide, ovvero che “L’Eterno ha fatto a Davide questo giuramento di verità, e non lo revocherà: -Io metterò sul tuo trono un frutto delle tue viscere-” (Sal.132:11), che fu ed è Cristo, perciò Gesù fu chiamato Figlio di Davide (Mt.9:27).

Dal verso 2 al 5, il profeta rivela tutta la calamità avvenuta in Gerusalemme per la grande iniquità del popolo, svelando la grande autorità dell’Iddio d’Israele. Infatti, Dio chiamò contro Gerusalemme “i Caldei venuti a far guerra e a riempirle dei cadaveri degli uomini che io ho colpito nella mia ira e nel mio furore, poiché ho nascosto il volto distornandolo da questa città a causa di tutta la loro malvagità” (v.5). I Caldei erano tutti gli abitanti del regno di Babilonia. Dio non sarà sempre nascosto da Israele e Giuda, perché arriverà il tempo, alla conclusione delle 62 settimane di esilio, che tornerà a mostrare al suo popolo la faccia e non le spalle. Come l’Eterno li ha feriti, li guarirà e perdonerà i loro peccati e, all’inizio dei mille anni, darà loro (al residuo) abbondanza di pace e sicurezza; “Ciò sarà per me titolo di gioia, di lode e di gloria tra tutti i popoli della terra, quando sapranno tutto il bene che io faccio loro e temeranno e tremeranno per tutto il bene e per tutta la pace che concederò loro” (v.9).

Dio ristabilirà le città ridotte a una rovina, che prima erano senza uomini e animali, ma allora ricominceranno nuovamente a ripopolarsi e “si udranno ancora  grida di gioia e grida di allegria, la voce dello sposo e quella della sposa e il canto di coloro che dicono: Lodate il Signore degli eserciti, perché è buono, perché la sua grazia dura sempre, portando sacrifici di ringraziamento nel tempio del Signore, perché ristabilirò la sorte di questo paese come era prima, dice il Signore” (v.10,11). Israele sarà ristabilito ed essi faranno nuovamente sacrifici di ringraziamento. Anche tutti i luoghi in Giuda e Beniamino, dove prima era un deserto, si ripopolerà di nuovo con animali; i pastori conteranno le loro pecore e faranno pascolare i loro greggi.

Le promesse non verranno mai meno, perché al tempo stabilito, tutto si avvererà come Dio ha riferito tramite i suoi servi: “Ecco verranno giorni (ultimi mille anni) – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. – 14  In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra” (v.14,15). Durante i mille anni del regno di Dio  sulla terra, regnerà il Germoglio di Davide, ovvero Gesù Cristo, perciò Egli è “lo scettro di rettitudine è lo scettro del tuo regno” (Ebr.1:8). E’ confermato che: “In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia. Così dice il Signore: Davide non sarà mai privo di un discendente che sieda sul trono della casa di Israele” (v.16,17). Si avvererà quanto riferito a Maria dall’angelo riguardo a Cristo Gesù: “Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine! (Lc.1:33). Si protrarrà allora il servizio levitico per compiere i sacrifici di tutti i giorni, come scritto per mezzo di Mosè.

Le promesse di Dio non si possono annullare; infatti, al profeta Dio espone che se l’uomo può annullare l’alleanza fatta da Dio con il giorno e la notte, “così sarà rotta anche la mia alleanza con Davide mio servo, in modo che non abbia un figlio che regni sul suo trono, e quella con i leviti sacerdoti che mi servono. Come non si può contare la milizia del cielo né numerare la sabbia del mare, così io moltiplicherò la discendenza di Davide, mio servo, e i leviti che mi servono” (v.21,22). Dio conferma nuovamente, tramite l’analogia fatta, che i Leviti serviranno Dio nel fare i sacrifici giornalieri e che la discendenza di Davide (Gesù) sarà come la sabbia del mare.

“La parola del Signore fu ancora rivolta a Geremia: -Non hai osservato ciò che questo popolo va dicendo: Il Signore ha rigettato le due famiglie che si era scelte! e così disprezzano il mio popolo quasi che non sia più una nazione ai loro occhi?–“ (v.23,24). Di nuovo fa il paragone con l’alleanza, che Dio ha fissato con il giorno e la notte, stabilendo tutte le leggi del cielo e della terra. Sicuramente non le cambierà, come neppure l’alleanza fatta con Israele, come afferma: “potrò rigettare la discendenza di Giacobbe e di Davide mio servo, così da non prendere più dai loro posteri coloro che governeranno sulla discendenza di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Poiché io cambierò la loro sorte e avrò pietà di loro” (v.26). Tutto si compirà a suo tempo.

 

Capitolo 34.

“Parola che fu rivolta a Geremia dal Signore”, quando Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito e con tutti i regni della terra da lui dominati, combattevano contro Gerusalemme. Geremia fu mandato dal Signore al re Sedekìa, re di Giuda, per dirgli che la Gerusalemme era stata data da Dio nelle mani del re di Babilonia e “Tu non scamperai dalla sua mano, ma sarai preso e consegnato in suo potere. I tuoi occhi fisseranno gli occhi del re di Babilonia, gli parlerai faccia a faccia e poi andrai a Babilonia” (v.3). Tramite il profeta, il Signore assicurò al re che non sarebbe morto di spada, ma morirà in pace. Alla sua morte si sarebbero bruciati aromi, come fu anche per i re di Giuda, prima di lui e inoltre si sarebbe fatto “lamento dicendo: Ahimé, Signore! Questo ho detto- Oracolo del Signore” (v.5). Quando il Signore parlò così al profeta, tutto l’esercito del re di Babilonia stava combattendo contro Gerusalemme e contro le citta di Lachis e Azekà, non ancora distrutte.

Durante la legge del suo servo Mosè, Dio aveva stabilito che ogni israelita, che prendeva per schiavo un Giudeo, lo doveva lasciare libero dopo sei anni, perché il settimo anno fosse libero di nuovo, ma così non facevano. Il re Sedekìa concluse allora un’alleanza con il popolo di mandare libero il proprio schiavo Ebreo dopo sei anni. Tutti i capi, insieme al popolo, accolsero il parere e rimandarono liberi i loro schiavi Giudei, “così da non costringerli più alla schiavitù: acconsentirono dunque e li rimandarono effettivamente; ma dopo si pentirono e ripresero gli schiavi e le schiave che avevano rimandati liberi e li ridussero di nuovo schiavi e schiave” (v.10,11).

La parola del Signore fu rivolta al profeta, avvertendoli che Egli li aveva tratti dalla schiavitù dell’Egitto, facendo un’alleanza con i loro padri, dicendo che: ”Al compiersi di sette anni rimanderà ognuno il suo fratello ebreo che si sarà venduto a te; egli ti servirà sei anni, quindi lo rimanderai libero disimpegnato da te; ma i vostri padri non mi ascoltarono e non prestarono orecchio.  Ora voi oggi vi eravate ravveduti e avevate fatto ciò che è retto ai miei occhi, proclamando ciascuno la libertà del suo fratello; voi avevate concluso un patto davanti a me, nel tempio in cui è invocato il mio nome. Ma poi, avete mutato di nuovo parere e profanando il mio nome avete ripreso ognuno gli schiavi e le schiave, che avevate rimandati liberi secondo il loro desiderio, e li avete costretti a essere ancora vostri schiavi e vostre schiave” (v.14-16).

Il Signore confermò che, siccome voi “non avete dato ascolto al mio ordine che ognuno proclamasse la libertà del proprio fratello e del proprio prossimo”, allora l’Eterno annunciò loro quello che avvenne durante la Diaspora a circa settanta anni dalla nascita del Messia. Tutti quelli che fecero l’alleanza di mandare liberi i loro schiavi Ebrei e non lo fecero, furono riservati: “alla spada, alla peste e alla fame e vi farò oggetto di terrore per tutti i regni della terra. Gli uomini che hanno trasgredito la mia alleanza, perché non hanno eseguito i termini dell’alleanza che avevano conclusa in mia presenza, io li renderò come il vitello che spaccarono in due passando fra le sue metà” (v.17,18).

Durante il periodo della Legge, quando si attuava un’alleanza, tutti quelli che volevano sottostare a tale alleanza dovevano passare attraverso le due metà tagliate di un vitello. Dio determinò che tutti quelli che erano passati attraverso le due metà del vitello, in segno di giuramento, ma non lo avevano osservato, “li darò in mano ai loro nemici e a coloro che attentano alla loro vita; i loro cadaveri saranno pasto agli uccelli dell’aria e alle bestie selvatiche. Darò Sedekìa re di Giuda e i suoi capi in mano ai loro nemici, in mano a coloro che attentano alla loro vita e in mano all’esercito del re di Babilonia, che ora si è allontanato da voi. Ecco, io darò un ordine – dice il Signore – e li farò tornare verso questa città, la assedieranno, la prenderanno e la daranno alle fiamme e le città di Giuda le renderò desolate, senza abitanti” (v.20-22). Da ricordare che Dio non è un uomo (Num.23:19), non si può prendere gioco di Lui, senza poi essere giudicati come malvagi.

 

Capitolo 35.

Il Signore Dio evidenziò al profeta come gli uomini sono propensi ad ascoltare un loro simile (uomo), ma rifiutano di ascoltare l’Iddio d’Israele. “Questa parola fu rivolta a Geremia dal Signore, durante il regno di  Ioiakìm, re di Giuda” (v.1) . Così il Signore comandò al profeta di recarsi dai Recabiti e di condurli nel tempio del Signore e offrire loro del vino da bere. Geremia fece come il Signore gli aveva detto, prese delle coppe di vino e le offri a tutta la famiglia dei Recabiti.

“Essi risposero: -Noi non beviamo vino, perché Ionadàb figlio di Recàb, nostro antenato, ci diede quest’ordine: Non berrete vino, né voi né i vostri figli, mai; non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne e non ne possederete alcuna, ma abiterete nelle tende tutti i vostri giorni, perché possiate vivere a lungo sulla terra, dove vivete come forestieri” (v.6,7). Così fecero sapere al profeta che loro ubbidivano agli ordini del loro antenato da tutte le generazioni, ”così che noi, le nostre mogli, i nostri figli e le nostre figlie, non beviamo vino per tutta la nostra vita; non costruiamo case da abitare né possediamo vigne o campi o sementi. Noi abitiamo nelle tende, obbediamo e facciamo quanto ci ha comandato Ionadàb nostro antenato” (v.8-10).

Quando videro che il re di Babilonia veniva contro il paese, per sfuggire all’esercito dei Caldei, entrarono in Gerusalemme. “Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Va’ e riferisci agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme: Non accetterete la lezione, ascoltando le mie parole? Oracolo del Signore. Sono state messe in pratica le parole di Ionadàb figlio di Recàb, il quale aveva comandato ai suoi figli di non bere vino. Essi infatti non lo hanno bevuto fino a oggi, perché hanno obbedito al comando del loro padre. Io vi ho parlato con continua premura, ma voi non mi avete ascoltato!  Vi ho inviato tutti i miei servi, i profeti, con viva sollecitudine per dirvi: Abbandonate ciascuno la vostra condotta perversa, emendate le vostre azioni e non seguite altri dei per servirli, per poter abitare nel paese che ho concesso a voi e ai vostri padri, ma voi non avete prestato orecchio e non mi avete dato retta. Così i figli di Ionadàb figlio di Recàb hanno eseguito il comando che il loro padre aveva dato loro; questo popolo, invece, non mi ha ascoltato.  Perciò dice il Signore, Dio degli eserciti e Dio di Israele: Ecco, io manderò su Giuda e su tutti gli abitanti di Gerusalemme tutto il male che ho annunziato contro di essi, perché ho parlato loro e non mi hanno ascoltato, li ho chiamati e non hanno risposto” (v.13-17).

Questo avviene anche oggi; nessuno contesta la parola di un uomo o cerca di cambiarla (Ebr.9:16,17), ma molti sono quelli che falsificano la Parola di Dio secondo la loro mente carnale. Facciamo attenzione; l’ubbidienza assoluta a Dio è dovuta prima di tutte le altre cose, come notiamo nei versi successivi. A Dio non dispiacque che la famiglia dei Recabiti ubbidì al comando del loro antenato, ma che i giudei e gli abitanti di Gerusalemme non ubbidiranno alla voce del loro Dio, che ordinò di consegnarsi al re di Babilonia.  L’uomo è più atto a ubbidire al suo simile, anziché a Dio, “ma ira e indignazione a quelli che, per spirito di contesa, invece di ubbidire alla verità ubbidiscono all’ingiustizia” (Rom.2:8; At.5:29).

 

Capitolo 36.

Durante il quarto anno del regno di Ioiakìm, re di Giuda, il Signore rivolse a Geremia queste parole: “Prendi un rotolo da scrivere e scrivici tutte le cose che ti ho detto riguardo a Gerusalemme, a Giuda e a tutte le nazioni, da quando cominciai a parlarti dal tempo di Giosia fino ad oggi. Forse quelli della casa di Giuda, sentendo tutto il male che mi propongo di fare loro, abbandoneranno ciascuno la sua condotta perversa e allora perdonerò le loro iniquità e i loro peccati” (v.2,3). Così Geremia chiamò Baruc (scrivano), che prese un rotolo e scrisse, sotto dettatura, tutte le cose che il Signore aveva detto a Geremia.

Essendo Geremia impedito di andare nel tempio del Signore, ordinò a Baruc di entrare e leggere quello che Geremia gli aveva dettato a tutto il popolo presente, con la speranza che “Forse si umilieranno con suppliche dinanzi al Signore e abbandoneranno ciascuno la sua condotta perversa, perché grande è l’ira e il furore che il Signore ha espresso verso questo popolo». Baruc figlio di Neria fece quanto gli aveva comandato il profeta Geremia, leggendo sul rotolo le parole del Signore nel tempio” (v.7,8).

A tutti quelli che si trovavano nel tempio, Baruc lesse nel libro le parole che il Signore diede a Geremia.  “Michea figlio di Ghemarià, figlio di Safàn, udite tutte le parole del Signore lette dal libro” (v.11) . Egli scese alla reggia, nella stanza dello scriba, dove erano seduti tutti i dignitari e capi. Michea riferì a loro tutto quanto aveva ascoltato da Baruc. Essi mandarono allora a chiamare Baruc e dirgli: “Prendi nelle mani il rotolo che leggevi ad alta voce al popolo e vieni. Baruc figlio di Neria prese il rotolo in mano e si recò da loro. Ed essi gli dissero: -Siedi e leggi davanti a noi-. Baruc lesse davanti a loro. Allora, quando udirono tutte quelle parole, ebbero paura e si dissero l’un l’altro: -Dobbiamo senz’altro riferire al re tutte queste parole-  Poi interrogarono Baruc: -Dicci come hai fatto a scrivere tutte queste parole-.  Baruc rispose: -Di sua bocca Geremia mi dettava tutte queste parole e io le scrivevo nel libro con l’inchiostro–“ (v.14-18).

Dopo aver ascoltato, i capi consigliarono a Baruc di nascondersi insieme a Geremia, in modo che nessuno sapesse il luogo del nascondiglio. Andarono poi dal re di Giuda e gli riferirono tutto quando avevano sentito da Baruc. “Allora il re mandò Iudi a prendere il rotolo. Iudi lo prese dalla stanza di Elisamà lo scriba e lo lesse davanti al re e a tutti i capi che stavano presso il re. Il re sedeva nel palazzo d’inverno – si era al nono mese – con un braciere acceso davanti. Ora, quando Iudi aveva letto tre o quattro colonne, il re le lacerava con il temperino da scriba e le gettava nel fuoco sul braciere, finché non fu distrutto l’intero rotolo nel fuoco che era sul braciere. Il re e tutti i suoi ministri non tremarono né si strapparono le vesti all’udire tutte quelle cose.  Eppure Elnatàn, Delaià e Ghemarià avevano supplicato il re di non bruciare il rotolo, ma egli non diede loro ascolto. Il re di Giuda non fece attenzione a quello che Dio aveva mandato a dirgli tramite il profeta, anzi ordinò di arrestare Baruc lo scriba e il profeta Geremia, ma il Signore li aveva nascosti” (v.21-26).

Il Signore avvertì Geremia del gesto del re di Giuda e gli comandò: “Prendi di nuovo un rotolo e scrivici tutte le parole di prima, che erano nel primo rotolo bruciato da Ioiakìm re di Giuda. Contro Ioiakìm re di Giuda dichiarerai: «Dice il Signore: Hai bruciato quel rotolo, dicendo: Perché vi hai scritto queste parole: Certo verrà il re di Babilonia e devasterà questo paese e farà scomparire da esso uomini e bestie?”  (v.28,29).                                                                                                                                                              Il Signore proferì contro il re di Giuda, che nessuno dei suoi eredi si sarebbe seduto sul trono di Davide, perché dice: “Io punirò lui, la sua discendenza e i suoi ministri per le loro iniquità e manderò su di loro, sugli abitanti di Gerusalemme e sugli uomini di Giuda, tutto il male che ho minacciato, senza che mi abbiano dato ascolto. Geremia prese un altro rotolo e lo consegnò a Baruc figlio di Neria, lo scriba, il quale vi scrisse, sotto la dettatura di Geremia, tutte le parole del libro che Ioiakìm re di Giuda aveva bruciato nel fuoco; inoltre vi furono aggiunte molte parole simili a quelle” (v.31,32). La parola di Dio è perfetta, pura e santa e nessun uomo la può annullare!

 

Capitolo 37

La profezia di questo capitolo evidenzia quanta malvagità progetta l’uomo, ma Dio, con la sua potenza, annienta il piano dell’uomo senza alcuna forza umana. Giosia, re di Giuda, fece quello che piacque al Signore, mentre suo figlio Sedekìa, peccò e fece peccare il popolo, così si avverò quanto aveva profetizzato Geremia a riguardo.  Infatti, “né lui né i suoi ministri né il popolo del paese ascoltarono le parole che il Signore aveva pronunziate per mezzo del profeta Geremia. Il re Sedekìa inviò allora Iucàl figlio di Selemia e il sacerdote Sofonia figlio di Maasià dal profeta Geremia per dirgli: -Prega per noi il Signore nostro Dio-. Geremia intanto andava e veniva in mezzo al popolo e non era stato ancora messo in prigione.  Però l’esercito del faraone era uscito dall’Egitto e i Caldei, che assediavano Gerusalemme, appena ne avevano avuto notizia, si erano allontanati da Gerusalemme” (v.2-5).

Il popolo di Dio disubbidiva al comando del Signore, credendo che Dio non considerava le loro malvagità. Infatti, adoravano gli idoli, ma quando si trovavano in difficoltà ricorrevano a Dio (Gdc.10:12). Così avvenne che “Allora la parola del Signore fu rivolta al profeta Geremia: -Dice il Signore Dio di Israele: Riferite al re di Giuda, che vi ha mandati da me per consultarmi: Ecco l’esercito del faraone, uscito in vostro aiuto, ritornerà nel suo paese d’Egitto;  i Caldei ritorneranno, combatteranno contro questa città, la prenderanno e la daranno alle fiamme-. Dice il Signore: -Non illudetevi pensando: Certo i Caldei si allontaneranno da noi, perché non se ne andranno. Anche se riusciste a battere tutto l’esercito dei Caldei che combattono contro di voi, e ne rimanessero solo alcuni feriti, costoro sorgerebbero ciascuno dalla sua tenda e darebbero alle fiamme questa città” (v.6-10).

Mentre l’esercito del re di Babilonia si era allontanato da Gerusalemme, Geremia uscì per andare nella sua città per ricevere una parte di eredità tra i suoi parenti. Quando l’incaricato alla porta di Beniamino lo vide, accusò Geremia di volersi consegnare ai Caldei, che combattevano contro di loro. “Geremia rispose: -È falso! Io non passo ai Caldei-; ma egli non gli diede retta. E così Ieria prese Geremia e lo condusse dai capi. I capi erano sdegnati contro Geremia, lo percossero e lo gettarono in prigione nella casa di Gionata lo scriba, che avevano trasformato in un carcere. Geremia entrò in una cisterna sotterranea a volta e rimase là molti giorni” (v.14-16) .

“Il re Sedekìa mandò a prenderlo e lo interrogò in casa sua, di nascosto: -C’è qualche parola da parte del Signore?-. Geremia rispose: -Sì- e precisò: -Tu sarai dato in mano al re di Babilonia-. Geremia poi disse al re Sedekìa: -Quale colpa ho commesso contro di te, i tuoi ministri e contro questo popolo, perché mi abbiate messo in prigione? E dove sono i vostri profeti, che vi predicevano: Il re di Babilonia non verrà contro di voi e contro questo paese?  Ora, ascolta, re mio signore; la mia supplica ti giunga gradita. Non rimandarmi nella casa di Gionata lo scriba, perché io non vi muoia-. Il re Sedekìa comandò di custodire Geremia nell’atrio della prigione e gli fu data ogni giorno una focaccia di pane proveniente dalla via dei Fornai, finché non fu esaurito tutto il pane in città. Così Geremia rimase nell’atrio della prigione” (v.18-21).

In quel periodo, il profeta Geremia subì una durissima prova, solo per aver profetizzato ai Giudei la Parola di Dio. Tutti quelli che non hanno un cuore puro e l’intelligenza del Santo non comprendono, per la durezza dei loro cuori. Tutto si rivolge a loro danno, perché Dio non lascia impunito l’empio. L’Eterno non guarda alla differenza di razza o di specie. Dio è il Creatore e Signore di tutti e noi siamo i suoi sudditi. Perché i sovrani terreni vengono ubbiditi e riveriti, mentre il nostro Dio, Signore e creatore dell’universo non viene ubbidito? Perché l’uomo è incline a ubbidire ai re e sovrani terreni, con il presupposto di ricevere nella carne (corpo) dei benefici, ma non pensa affatto  alla sua anima, che dovrà dare conto a Dio di tutte le opere compiute sia in bene che in male, perché: “Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Rom.2:6).

 

Capitolo 38.

Senza paura, Geremia rivelava ai capi di Giuda e di Gerusalemme quello che Dio aveva predisposto per la città e per il popolo, che vi abitava. “Dice il Signore: Chi rimane in questa città morirà di spada, di fame e di peste, mentre chi passerà ai Caldei vivrà: per lui la sua vita sarà come bottino e vivrà. Dice il Signore: Certo questa città sarà data in mano all’esercito del re di Babilonia che la prenderà” (v.2,3). Convinti che Geremia mentiva, i capi chiesero al re che fosse messo a morte, perché non cercava il benessere del popolo. “Il re Sedekìa rispose: -Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi-. Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, principe regale, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango” (v.5,6) .

Dio, che vigila sempre sui suoi figli, mise nel cuore di un eunuco Etiope di aiutare ad uscire dalla cisterna il profeta Geremia. Così Ebed-Mèlech, l’Etiope, dopo aver sentito quello che avevano fatto a Geremia, “disse al re:  -Re mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame sul posto, perché non c’è più pane nella città-  Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlech l’Etiope: -Prendi con te da qui tre uomini e fa’ risalire il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia-Ebed-Mèlech prese con sé gli uomini, andò nella reggia, nel guardaroba del tesoro e, presi di là pezzi di cenci e di stracci, li gettò a Geremia nella cisterna con corde… Allora tirarono su Geremia con le corde, facendolo uscire dalla cisterna, e Geremia rimase nell’atrio della prigione” (v.8-13). Dopo che Geremia fu uscito dalla cisterna, il re lo mandò a chiamare per chiedergli cosa Dio aveva preparato che avvenisse alla sua vita.

“Geremia rispose a Sedekìa: -Se te la dico, non mi farai forse morire? E se ti do un consiglio, non mi darai ascolto-. Allora il re Sedekìa giurò in segreto a Geremia: -Com’è vero che vive il Signore che ci ha dato questa vita, non ti farò morire né ti consegnerò in balìa di quegli uomini che attentano alla tua vita!–“ (v.15,16). “Geremia allora disse a Sedekìa: -Dice il Signore, Dio degli eserciti, Dio di Israele: Se uscirai incontro ai generali del re di Babilonia, allora avrai salva la vita e questa città non sarà data in fiamme; tu e la tua famiglia vivrete;  se invece non uscirai incontro ai generali del re di Babilonia, allora questa città sarà messa in mano ai Caldei, i quali la daranno alle fiamme e tu non scamperai dalle loro mani” (v.15-18).

Il re rispose al profeta che aveva paura di essere maltrattato dai Giudei, ma Geremia gli assicurò che: “Non ti consegneranno a loro. Ascolta la voce del Signore riguardo a ciò che ti dico; ti andrà bene e tu vivrai” (v.20). Al contrario, se si rifiutava di ubbidire alla voce del Signore, “Tutte le donne e tutti i tuoi figli saranno condotti ai Caldei e tu non sfuggirai alle loro mani, ma sarai tenuto prigioniero in mano del re di Babilonia e questa città sarà data alle fiamme” (v.23). Il re Sedekìa chiese a Geremia che nessuno doveva sapere di quello che avevano parlato, per non essere messo a morte e se i dignitari ti avessero chiesto di non nascondere nulla del loro colloquio, minacciandoti di morte, “ tu risponderai loro: Ho presentato la supplica al re perché non mi mandasse di nuovo nella casa di Giònata a morirvi. Ora tutti i dignitari vennero da Geremia e lo interrogarono; egli rispose proprio come il re gli aveva ordinato, così che lo lasciarono tranquillo, poiché la conversazione non era stata ascoltata. Geremia rimase nell’atrio della prigione fino al giorno in cui fu presa Gerusalemme” (v.26-28).

Come anche gli apostoli ci hanno insegnato, bisogna ubbidire ai re di questa terra, ma dopo che abbiamo ubbidito all’unico Sovrano eterno, Dio degli eserciti. Dio è sempre pronto a liberarci, se noi resteremo fedeli fino alla morte ai suoi comandamenti.

 

Capitolo 39.

Questo capitolo rivela l’avvenuta distruzione di Gerusalemme da parte dell’esercito babilonese. Il capo dell’esercito Caldeo, Nabuzaradàn assediò Gerusalemme e la diede alle fiamme, come rivelato dal profeta Geremia: “ Appena videro ciò, Sedekìa re di Giuda e tutti i suoi guerrieri fuggirono uscendo di notte per la via del giardino del re, attraverso la porta fra le due mura, e presero la via dell’Araba.  Ma i soldati caldei li inseguirono e raggiunsero Sedekìa nelle steppe di Gerico, lo presero e lo condussero da Nabucodònosor re di Babilonia a Ribla nel paese di Amat, dove il re pronunziò la sentenza su di lui” (v.4,5). Così avvenne al re e a tutti quelli che erano fuggiti con lui, esattamente come fu profetizzato da Geremia da parte del Signore (Ger.38:18,23).

“I Caldei diedero alle fiamme la reggia e le case del popolo e demolirono le mura di Gerusalemme. Tutto il resto del popolo rimasto in città e i disertori che erano passati a lui e tutto il resto del popolo, Nabuzaradàn, capo delle guardie, li deportò a Babilonia” (v.8,9). Tutti furono quindi deportati in Babilonia da Nabuzaradàn, capo delle guardie, ma egli “lasciò nel paese di Giuda i poveri del popolo, che non avevano nulla, assegnando loro vigne e campi in tale occasione” (v.10). Riguardo al profeta Geremia, il re di Babilonia diede ordine alle guardie di guardarlo e di non fargli alcun male. Così Geremia fu tratto fuori dalla prigione, dove si trovava e fu condotto in casa di Godolia. “Così egli rimase in mezzo al popolo“ (v.14).

Ad Ebed-Mèlech, l’Etiope, che aveva implorato il re di Giuda, in favore di Geremia per tirarlo fuori dal pozzo di fango, per non farlo morire, l’Iddio d’Israele ordinò, per mezzo del profeta: “Ma io ti libererò in quel giorno – oracolo del Signore – e non sarai consegnato in mano agli uomini che tu temi. Poiché, certo, io ti salverò; non cadrai di spada, ma ti sarà conservata la vita come tuo bottino, perché hai avuto fiducia in me. Oracolo del Signore“ (v.17,18).

Abbiamo la certezza che Dio ricompensa sempre quelli che operano in suo favore, come Gesù ribadì: “Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio di profeta e chi riceve un giusto come giusto, riceverà premio di giusto” (Mt.10:41) e “Allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e procacciala” (Sal.34:14).

 

Capitolo 40.

Dio benedisse Geremia ottenendo grazia con tutti i deportati in Babilonia. Il capo delle guardie  lo lasciò libero in mezzo a tutti gli altri deportati, che furono condotti in esilio a Babilonia. “Il capo delle guardie prese Geremia e gli disse: -Il Signore tuo Dio ha predetto questa sventura per questo luogo; il Signore l’ha mandata, compiendo quanto aveva minacciato, perché voi avete peccato contro il Signore e non avete ascoltato la sua voce; perciò vi è capitata una cosa simile–“ (v.2,3). Dio parlò al profeta, esponendo quello che stava accadendo al popolo, anche per mezzo di un uomo non Giudeo, ma babilonese, proprio come Gesù avvertì i giudei: “Io vi dico che se costoro tacessero, griderebbero le pietre” (Lc.19:40).

Nabuzaradàn, capo delle guardie, dopo averlo sciolto dalle catene,  diede a Geremia la facoltà di scegliere ovunque lui volesse andare, assicurandogli “-io veglierò su di te-. Torna pure presso Godolia figlio di Achikàm, figlio di Safàn, che il re di Babilonia ha messo a capo delle città di Giuda. Rimani con lui in mezzo al popolo oppure va’ dove ti piace andare». Il capo delle guardie gli diede provviste di cibo e un regalo e lo licenziò. Allora Geremia andò in Mizpà da Godolia figlio di Achikàm, e si stabilì con lui in mezzo al popolo che era rimasto nel paese” (v.5,6).

Avvenne che tutti i capi dell’esercito con la loro gente, che riuscirono a disperdersi, seppero che il re di Babilonia aveva lasciato Godolia, come rappresentante tra i Giudei rimasti, cioè tra i poveri non deportati in Babilonia. Essi si recarono presso Godolia che “giurò a loro e ai loro uomini: -Non temete i funzionari caldei; rimanete nel paese e state soggetti al re di Babilonia e vi troverete bene.  Quanto a me, ecco, io mi stabilisco in Mizpà come vostro rappresentante di fronte ai Caldei che verranno da noi; ma voi fate pure la raccolta del vino, delle frutta e dell’olio, riponete tutto nei vostri magazzini e dimorate nelle città da voi occupate” (v.9,10).

Anche i Giudei che si erano riparati in Moab e in Edom ed altre parti, “seppero che il re di Babilonia aveva lasciato una parte della popolazione in Giuda e aveva messo a capo di essa Godolia figlio di Achikàm, figlio di Safàn. Tutti questi Giudei ritornarono da tutti i luoghi nei quali si erano dispersi e vennero nel paese di Giuda presso Godolia a Mizpà. Raccolsero vino e frutta in grande abbondanza” (v.11,12).

Giovanni, con altri capi delle bande, che si erano dispersi per la regione seppe che il re  degli Ammoniti intendeva uccidere Godolia. Così andarono da Godolia, rimasto in Gerusalemme come sovraintendente dei poveri e gli dissero: “Non sai che Baalìs re degli Ammoniti ha mandato Ismaele figlio di Natania per toglierti la vita?. Ma Godolia figlio di Achikàm non credette loro. Giovanni si prestò lui stesso per andare a colpire Ismaele che voleva la sua morte, egli voleva che si salvasse affinchè i poveri di Gerusalemme non restassero senza una guida. Ma Godolia figlio di Achikàm rispose a Giovanni figlio di Kàreca: -Non commettere una cosa simile, perché è una menzogna quanto tu dici di Ismaele-“ (v.14-16).

(continua)